Il ruolo della famiglia nella società odierna.

ESTRATTO DEL LIBRO “DIRITTI DI GENERE? ASPETTI GIURIDICI, FISIOLOGICI E POLITICI” DI LUIGI PIERO MARTINA, PUBBLICATO DALLA CASA EDITRICE LATERAN UNIVERSITY PRESS (ISBN-EAN 9788846511553).

AREA TEMATICA: DIRITTO DI FAMIGLIA, DIRITTO DEI MINORI, BIOETICA, BIODIRITTO.

«La famiglia nei tempi odierni è stata, come e forse più di altre istituzioni, investita dalle ampie, profonde e rapide trasformazioni della società e della cultura. Molte famiglie vivono questa situazione nella fedeltà a quei valori che costituiscono il fondamento dell’istituto familiare. Altre sono divenute incerte e smarrite di fronte ai loro compiti o, addirittura, dubbiose e quasi ignare del significato ultimo e della verità della vita coniugale e familiare. Altre, infine, sono impedite da svariate situazioni di ingiustizia nella realizzazione dei loro fondamentali diritti»[1].

L’istituto della famiglia è sempre più oggetto di studio e di analisi socio-culturali, come anche di ricerche e di approfondimenti politici e religiosi. Spesso è messo in discussione lo stile di vita cristiano della famiglia, cioè la proposta dei valori del Vangelo all’interno di quella che è, per noi, la “Chiesa domestica”. Proprio nel momento in cui l’istituzione familiare si trova a essere indebolita e messa in discussione in quelle che sembravano le sue evidenze antropologiche ed etiche, siamo portati a riscoprire le cose di fondo di cui la famiglia è custode per l’intera avventura umana e, insieme, l’urgenza di una rinnovata proposta del Vangelo cristiano sulla famiglia. È su questo sfondo che l’opera pastorale delle comunità ecclesiali a favore della famiglia è chiamata a rinnovarsi[2].

La famiglia è, per l’uomo, il luogo delle forme primarie delle relazioni umane: quelle tra uomo e donna e tra genitori e figli. In queste relazioni ed esperienze primarie si danno i significati e i legami fondamentali e si fanno gli apprendimenti decisivi: la differenza fondatrice di ogni alleanza e la promessa che dischiude la vita alla speranza. Queste esperienze fondatrici di un senso buono della vita e di un legame fiducioso con l’avventura umana comune, che hanno la loro radice nei legami familiari, dovrebbero poi essere confermate dalla cultura e dai processi di socializzazione.

In realtà, la cultura postmoderna – segnata dal relativismo –, per le sue caratteristiche di funzionalità e complessità dei rapporti e di esaltazione dell’individuo, nasconde e rende fragili i rapporti umani e le relazioni interpersonali a ogni livello. È una cultura che indebolisce i legami e la durata, l’istituzione e la forza del gruppo, e affida la solidità della famiglia quasi esclusivamente al desiderio di felicità del singolo e al suo sentimento. È come se le persone, che continuano a fare in qualche modo quelle esperienze fondamentali fondate nelle relazioni primarie della famiglia, si trovassero poi smarrite come individui in una società complessa che s’interessa solo dell’organizzazione funzionale e quasi burocratica dei rapporti sociali e dei diritti individuali, ma non si prende cura degli aspetti antropologici ed etici che stanno alla base del costume e dell’istituzione famigliare. Questa separazione tra il pubblico e il privato, oltre a indebolire l’individuo e la sua esperienza morale, rende difficile alla società la regolazione giuridica di tanti aspetti della vita matrimoniale e familiare sui quali essa è chiamata a decidere senza potersi basare su un ethos e su una cultura condivisi[3].

A motivo dei cambiamenti culturali, sociali e politici tuttora in atto la famiglia è chiamata a compiti piuttosto ardui e complessi. Ai cambiamenti sociali seguono il mutare della tecnica, le sue applicazioni e l’introduzione di certi strumenti (informatica, telecomunicazioni, internet) che costringono a ridefinire gli stili di vita lavorativi, il tempo libero, i consumi, le relazioni. È il tempo della “velocità”, degli scambi rapidi: le persone accelerano i loro ritmi e sono sempre alla ricerca di attività che le facciano sentire vive, protagoniste, con poco tempo a disposizione, ritenuto prezioso sì, ma finalizzato al fare e al produrre, dove le relazioni sono intese strumentali per questo progetto. Che questi ritmi coinvolgano le relazioni familiari è diventato ormai una costante: basti pensare al tempo delle relazioni nella coppia e con i figli, parenti e amici.

Una società “liquida”, in cui le relazioni si fanno sempre più fragili, le diverse forme del sociale si frammentano, si scompongono, si trasformano in continuazione. Società in cui le forme del consumo hanno contaminato profondamente le stesse relazioni, dove gli oggetti hanno sostituito il piacere dell’incontro, la vicinanza con l’altro. Un mondo in cui tutto appare e si spende attraverso i mass media. I sentimenti durano quanto il battito d’ala di una farfalla, le emozioni effimere trovano legittimità solo se sono forti, se inebriano, se “sballano”. Uomini e donne viaggiano con bagaglio leggero, sempre pronti a cogliere al meglio le occasioni che possono dare la felicità; sempre pronti a disfarsi dei vincoli di qualsiasi genere. Viviamo il tempo dell’amore liquido: ciò che conta è adeguarsi ai sentimenti e alle voglie del momento[4].

Quasi certamente questo cambio di paradigma ha le sue radici nel processo stesso della globalizzazione. Tale fenomeno ha rimesso in discussione gli stili di vita del nostro sistema sociale. Con forza abbiamo dovuto prendere coscienza che alcuni temi del vivere non possono essere affrontati più in termini localistici e intimistici. Si tratta di una rivoluzione che investe tutti i campi del sociale, da quello economico, forse quello più evidente, insieme all’accoglienza di cittadini provenienti dai Paesi più poveri, a quello politico, del lavoro, dei diritti, dell’ecologia, della pace. In queste trasformazioni e cambiamenti, la “famiglia” non poteva che essere oggetto di rivisitazioni nelle relazioni. L’aumento di separazioni e divorzi in Italia, ad esempio, ne è la dimostrazione più significativa. Un fenomeno emergente, in parte previsto, come da esperienze di altri paesi del Nord America e d’Europa.

Il sistema famiglia, in questi anni, cerca di andare al riparo, di reggere a una cultura che la vuole in crisi, in via di estinzione: forma superata, chiusa, non adeguata al nuovo millennio.

È proprio in questo scenario che la coppia coniugale e genitoriale si trova a vivere ruoli e compiti difficili. Consapevoli, sempre più spesso, di non essere in grado di continuare nell’impegno preso con il partner e con i figli, chiedono un aiuto alle istituzioni, la cui risposta sovente è balbettante o assente.

Tra i diversi cambiamenti che la famiglia cristiana deve affrontare emerge quello educativo. I genitori con fatica cercano quotidianamente di rispondere alle esigenze che i figli esprimono e sollecitano. Compito che si prefigura spesso come una sfida per la coppia. Il processo educativo non è esclusivo della sola famiglia: la scuola, gli oratori, le parrocchie, e tutti gli spazi della cultura e della socialità devono, in sinergia, contribuire alla formazione della cittadinanza. È pur vero che ciò è possibile solo se c’è un’alleanza tra i diversi attori e primariamente tra gli stessi genitori. La coppia dei genitori necessita di una partecipazione progettuale alta, di accordi e stili relazionali condivisi, di strategie e riferimenti forti, che attraverso l’esempio e la testimonianza possono mettere in scena con i propri figli.

La situazione in cui versa la famiglia presenta aspetti positivi e aspetti negativi: segno, gli uni, della salvezza di Cristo operante nel mondo; segno, gli altri, del rifiuto che l’uomo oppone all’amore di Dio. Da una parte, infatti, vi è una coscienza più viva della libertà personale, e una maggiore attenzione alla qualità delle relazioni interpersonali nel matrimonio, alla promozione della dignità della donna, alla procreazione responsabile, all’educazione dei figli; vi è inoltre la coscienza della necessità che si sviluppino relazioni tra le famiglie per un reciproco aiuto spirituale e materiale, la riscoperta della missione ecclesiale propria della famiglia e della sua responsabilità per la costruzione di una società più giusta. Dall’altra parte, tuttavia, non mancano segni di preoccupante degradazione di alcuni valori fondamentali: una errata concezione teorica e pratica dell’indipendenza dei coniugi fra di loro; le gravi ambiguità circa il rapporto di autorità fra genitori e figli; le difficoltà concrete, che la famiglia spesso sperimenta nella trasmissione dei valori; il numero crescente dei divorzi; la piaga dell’aborto; il ricorso sempre più frequente alla sterilizzazione; l’instaurarsi di una vera e propria mentalità contraccettiva.

Alla radice di questi fenomeni negativi sta spesso una corruzione dell’idea e dell’esperienza della libertà, concepita non come la capacità di realizzare la verità del progetto di Dio sul matrimonio e sulla famiglia, ma come autonoma forza di affermazione, non di rado contro gli altri, per il proprio egoistico benessere.

Dunque la famiglia, inserita in una rete sociale, deve confrontarsi con questi cambiamenti epocali della società odierna:

  • Nuzialità e démariage. Da una recente ricerca sui giovani (2008) appare che famiglia e amore sono decisamente al vertice della scala valoriale giovanile, ma ciò non comporta una reale ricaduta matrimonial-familiare; così questa in cui viviamo si configura come la società del démariage in cui il matrimonio non è più la scelta tipica dell’età adulta, ma solo una possibile scelta di vita. Si riscontra una forte resistenza a instaurare relazioni stabili, sancite o meno da vincolo matrimoniale. Per molti di coloro che hanno superato i trent’anni, sposarsi, come del resto convivere, appare una decisione difficile e troppo impegnativa, troppo prematura per gli oneri e le rinunce che comporta: in termini di libertà individuale, di opportunità di soddisfare i propri interessi e di perseguire prospettive di realizzazione personale.

Rimane da chiedersi se, come succede in diversi Paesi, specie nordeuropei, la denuzialità non rispecchi l’aumento delle convivenze more uxorio e dei giovani che vivono soli.

Le convivenze sono ormai assai diffuse: sono, dice l’Istat, tre milioni gli italiani che le hanno sperimentate, il 6% della popolazione con più di quindici anni. Tuttavia il più delle volte, a differenza del Nord Europa, sono semplicemente l’anticamera del matrimonio. Al Centro-Nord del Paese sono ormai quasi un quinto i matrimoni preceduti da queste “prove tecniche di coniugio”.

  • Denatalità tra famiglia e demografia. l’Italia è un Paese-laboratorio dal punto di vista della natalità, che denota un’insicurezza e una relativizzazione profonda della genitorialità. Questa denatalità è in aumento in tutta Europa.
  • Instabilità coniugale. C’è un impetuoso incremento del numero di separazioni e divorzi. E se la durata media del matrimonio – in caso di separazione – è di tredici anni, il picco delle separazioni è al quarto anno di matrimonio.

Occorre tener conto di tre variabili: la trasmissione “ereditaria” dell’instabilità coniugale, dato che i figli di divorziati tendono a divorziare di più; la sempre minore tenuta offerta dai valori etico-religiosi circa l’indissolubilità del matrimonio cristiano; il lavoro femminile. Sullo sfondo di questi elementi pesa anche la cultura iper-romantica attuale (l’amore e la felicità come motori potenti e fragili del rapporto), la quale sottovaluta il fatto che il matrimonio va faticosamente costruito nella quotidianità limando l’eccesso di aspettative e di idealizzazioni spesso immature. Per quanto riguarda le conseguenze di una società “divorzista”, da tempo (soprattutto negli Stati Uniti, Paese dove le rotture toccano la metà dei matrimoni) si riflette sui costi rilevanti che ne derivano: costi psichici per gli ex coniugi, costi economici per la parte debole (di solito la donna), costi psicoevolutivi per i figli, che vivono la difficoltà di avere per genitori una coppia che smonta (o distrugge) un progetto d’amore[5].

  • Verso nuovi modelli di famiglia. È il fenomeno della pluralizzazione delle forme familiari, in cui cioè non vi è più un modello unico di famiglia, ma più modelli, fino al punto di arrivare a innumerevoli modalità di vita comune, in funzione delle preferenze e dei progetti dei partner. Insomma, tante famiglie “al plurale”, come dicono i francesi, o “di scelta”, come invece dicono gli inglesi.

Per l’Italia, c’è chi ha cominciato a presentare e a qualificare queste “nuove famiglie”, certamente eccentriche rispetto al modello familiare “classico”: le famiglie di fatto, quelle monogenitoriali, le famiglie ricostituite e quelle unipersonali. Se ne ricava l’immagine di una famiglia dalla trama porosa, fragile e bisognosa di un surplus di mediazioni per fronteggiare una notevole complessità strutturale: ad esempio, non tutti i membri vivono sempre sotto lo stesso tetto, non tutti i figli sono consanguinei, non tutti hanno lo stesso cognome e non tutti hanno nella stessa casa chi esercita la potestà su di loro e chi deve mantenerli. A ciò si aggiunga che, curiosamente, queste seconde unioni sono più fragili delle prime: negli Stati Uniti il 60% dei remarriage finisce in un nuovo divorzio, e una delle ipotesi esplicative di questa paradossale tendenza sta proprio nella difficoltà di gestire relazioni complesse e prive di regole sedimentate.

  • L’aumento del numero dei single. La mobilità affettiva e la deistituzionalizzazione della famiglia favoriscono il fenomeno dei “single”, con “intervalli” biografici vissuti da soli. Ancora più nuovo è, però, il fenomeno – anche se minoritario e culturalmente “di nicchia” – delle donne che scelgono il nubilato e la vita autonoma: sono spesso donne di elevata istruzione, in carriera, residenti in aree urbane, con una propensione elevata alla libertà affettiva ed esistenziale, magari enfatizzata dalla crisi di relazioni precedenti.

Nonostante i rapidi e radicali cambiamenti che hanno inciso profondamente sulla famiglia negli ultimi quarant’anni, essa resta il punto di riferimento e la principale risorsa per la vita della società. Abbiamo assistito al passaggio dal modello patriarcale a quello nucleare, da quello autoritario a quello permissivo-ancillare, dalla famiglia etica a quella affettiva, accompagnato dalla rapida riduzione del numero dei componenti di ciascun nucleo, alla trasformazione del ruolo e dell’immagine della donna, sempre più inserita da protagonista nel sistema lavorativo. Certamente sono venuti grandi miglioramenti per l’emancipazione femminile, accompagnati, però, da ricadute problematiche per la donna stessa e per la vita familiare.

Altri fattori di cambiamento sono ascrivibili alla crisi del ruolo paterno, alla permanenza prolungata dei figli in famiglia, all’innalzamento dell’età media del matrimonio, a una preoccupante disgregazione dei nuclei familiari segnalata dalle separazioni e dai divorzi. Sembrano ormai maturi i tempi perché la società riconosca la centralità della famiglia e sembrano esistere le condizioni affinché le famiglie assumano il ruolo che compete loro nella vita sociale.

Si tratta di rafforzare notevolmente il loro ruolo sociale nelle forme che la democrazia e l’organizzazione dello Stato rendono possibili.

Però, per favorire un’autentica politica familiare è necessario che in ogni Paese siano tutelati e attuati i diritti della famiglia che, secondo il disegno di Dio, è cellula base della società, soggetto di diritti e doveri prima dello Stato e di qualunque altra comunità. Non si possono misconoscere i seguenti diritti della famiglia:

  • di esistere e di progredire come famiglia, cioè il diritto di ogni uomo, specialmente anche se povero, a fondare un nucleo familiare e ad avere i mezzi adeguati per sostenerla;
  • di esercitare la propria responsabilità nell’ambito della trasmissione della vita e di educare i figli;
  • dell’intimità della vita coniugale e familiare;
  • della stabilità del vincolo e dell’istituto matrimoniale;
  • di credere e di professare la propria fede, e di diffonderla;
  • di educare i figli secondo le proprie tradizioni e valori religiosi e culturali, con gli strumenti, i mezzi e le istituzioni necessarie[6];
  • di ottenere la sicurezza fisica, sociale, politica, economica, specialmente dei poveri e degli infermi;
  • il diritto all’abitazione adatta a condurre convenientemente la vita familiare;
  • di espressione e di rappresentanza davanti alle pubbliche autorità economiche, sociali e culturali e a quelle inferiori, sia direttamente sia attraverso associazioni con altre famiglie e istituzioni, per svolgere in modo adatto e sollecito il proprio compito;
  • di proteggere i minorenni mediante adeguate istituzioni e legislazioni da medicinali dannosi, dalla pornografia, dall’alcoolismo ecc.;
  • di un onesto svago che favorisca anche i valori della famiglia;
  • il diritto degli anziani a una vita degna e a una morte dignitosa;
  • il diritto di emigrare come famiglie per cercare una vita migliore.

La collaborazione tra comunità cristiana e famiglia è quanto mai necessaria nell’attuale contesto sociale, in cui l’istituto familiare è minacciato da più parti e si trova a far fronte a non poche difficoltà nella sua missione di educare alla fede. Il venir meno di stabili riferimenti culturali e la rapida trasformazione a cui è continuamente sottoposta la società rendono davvero arduo l’impegno educativo. Perciò è necessario che le comunità cristiane si adoperino sempre più nel sostenere le famiglie, piccole Chiese domestiche, nel loro compito di trasmissione della fede[7]. La famiglia cristiana deve anche portare la sua testimonianza di vita e la sua esplicita professione di fede ai diversi ambiti che la circondano, quali la scuola e le diverse associazioni, come pure impegnarsi nella formazione catechetica dei figli e nelle attività pastorali della sua comunità parrocchiale, soprattutto in quelle legate alla preparazione al matrimonio o specificatamente rivolte alla vita familiare.

«Per la sua funzione sociale fondamentale la famiglia ha diritto a essere riconosciuta nella sua libertà e a non essere confusa con altre forme di convivenza, e anche a poter contare sulla dovuta tutela culturale, giuridica, economica, sociale, sanitaria e, in modo particolare, su un sostegno che, tenendo conto del numero dei figli e delle risorse economiche disponibili, sia sufficiente a permettere la libertà di educazione e di scelta della scuola. È necessario, pertanto, sviluppare una cultura e una politica della famiglia che vengano promosse in modo organizzato anche dalle famiglie stesse. Per questo vi incoraggio a unirvi alle associazioni che promuovono l’identità e i diritti della famiglia, secondo una visione antropologica coerente con il Vangelo, e invito tali associazioni a coordinarsi e a collaborare fra di loro affinché la loro attività sia più incisiva. Per concludere, vi esorto tutti ad avere grande fiducia, poiché la famiglia è nel cuore di Dio, Creatore e Salvatore. Lavorare per la famiglia significa lavorare per un futuro degno e luminoso dell’umanità e per l’edificazione del Regno di Dio»[8].

 4.1.1. Struttura portante

 La famiglia, pertanto, (è bene ripeterlo) è la vera struttura portante della società italiana, ma è sottoposta a una duplice pressione: l’una proviene da un costume, continuamente proposto, esaltato ed enfatizzato dai mezzi di comunicazione di massa e da determinati filoni culturali, che contrasta in radice con quella serietà e stabilità delle scelte di vita, profondità e purezza degli affetti, rispetto di se stessi e degli altri, capacità di donazione e sacrificio. Il secondo condizionamento negativo per le famiglie italiane deriva dalla perdurante assenza di una vera politica familiare, non riducibile a qualche pur giusta e doverosa provvidenza per le famiglie più povere ma attenta ad esse come tali, e in particolare a quelle con figli e a quelle con un solo reddito, per stabilire condizioni di giustizia distributiva che non le dissuadano dall’aprirsi al dono della vita e non portino al risultato paradossale di incoraggiare le convivenze in luogo del matrimonio, risultato al quale conducono in maniera più diretta i tentativi, che si vanno ripetendo, di equiparare le più diverse forme di convivenza al matrimonio, in ordine alle assegnazioni degli alloggi o ad altre provvidenze amministrative.

Occorre pertanto un impegno costante dell’intera comunità (anche e soprattutto cristiana), che vada dall’opera formativa in preparazione al matrimonio all’accompagnamento delle famiglie, con particolare attenzione a quelle in difficoltà, e più ampiamente alla promozione di una cultura, di una comunicazione e di scelte sociali e politiche che creino o ricostituiscano un clima morale nel quale la famiglia possa essere adeguatamente compresa e valorizzata.

È certo e provato che la grandissima maggioranza degli italiani, giovani compresi, crede ancora e fortemente nella famiglia. Ed è un fatto ben noto e incontestabile che la famiglia assolve, in Italia, una quantità enorme di funzioni sociali – compreso il sostegno alle grandi emergenze di oggi, come per esempio quella dei giovani disoccupati – che nessun altro in suo luogo potrebbe adempiere. È anche vero però che esistono pesanti elementi di crisi, la cui maggior espressione è la gravissima scarsità di nascite, con il conseguente invecchiamento della popolazione, che prepara l’Italia a tempi di sicura e grandissima difficoltà[9].

Nell’alveo familiare e nei rapidi mutamenti delle stesse relazioni che vi sono al suo interno, assume oggigiorno una particolare rilevanza il ruolo della mediazione familiare e dell’intera area denominata Alternative Dispute Resolution (ADR)[10].

Com’è noto la famiglia rappresenta l’istituto di diritto privato maggiormente sottoposto a condizionamenti di natura culturale, che rendono molto variegato il suo dispiegarsi nella realtà[11].

Ma nonostante le molte caratterizzazioni assunte dalla famiglia su scala mondiale, si coglie una sostanziale e univoca confluenza sulla base affettiva dei legami, la cui solidità diviene il valore precipuo per l’esercizio sereno della libertà da parte delle singole persone. La solidità affettiva rende la famiglia una struttura di interesse sociale primario, garantendone dunque la nascita di nuovi cittadini nonché la creazione di un ambiente adeguato per lo sviluppo integrale della propria prole (quale struttura di disumanizzazione) e il loro inserimento sociale (quel struttura di socializzazione). La presenza nella stessa Europa di nuclei familiari provenienti da diverse tradizioni culturali obbliga a studiare la normativa europea sui conflitti familiari in chiave di interculturalità, avendo come strumento utile allo scopo primario di salvare la stabilità del vincolo[12] la mediazione.

Dunque, mediare significa anzitutto aiutare a riformulare le relazioni, guardando con altri occhi i fatti che sono a fondamento dell’incomprensione[13]; richiedendo che gli attori coinvolti nella disputa siano aiutati ad assumere uno sguardo nuovo sui motivi che l’hanno determinata. In sintesi, la mediazione è da considerarsi una vera e propria risorsa atta a recuperare il deficit di comunicazione responsabilizzante che caratterizza l’Occidente moderno e postmoderno, e che si rispecchia, con connotati speciali, nell’ambito della famiglia[14].

Tale istituto, nato a Los Angeles nel 1939 nel momento della costituzione della Family Counciliation Court, raggiunge la sua più alta – e per certi versi completa – espressione nel modello della mediazione centrata sulla famiglia (family centred mediation)[15].

Quest’ultimo fa leva sulla considerazione di tutti gli interessi dei componenti del nucleo familiare, racchiudendo in sé varie teorie (del sistema, del negoziato ecc.) e avendo come sua principale caratteristica quella dell’aiuto offerto alla famiglia per gestire serenamente il cambiamento in atto[16].

In conclusione, la mediazione rappresenta uno strumento giuridico moderno funzionale alla tutela della famiglia intesa come un ponte tra persona e società, o meglio tra persona e Stato, come già era definita nel pensiero del giurista romano che assegnava alla famiglia il ruolo di “principium urbis et quasi seminarium rei pubblicae”[17].

Esaustiva la definizione canonica: “matrimonii finis primarius est procreatio atque educatio prolis; secundarius mutuum adiutorium et remedium concupiscentiae”[18].

[1] Giovanni Paolo ii, Esortazione apostolica post-sinodale Familiaris consortio (22-11-1981), n. 1.

[2] Per approfondire: http://www.centrostudifrancescani.it/

[3] Cfr. G. Campanini, Il cambiamento della famiglia e le sfide della cultura contemporanea, in «Concilium», 31 (4/1995), p. 64.

[4] Cfr. Z. Bauman, Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi, Roma-Bari 2006, pp. 3-33.

[5] Il tessuto della società, minato dall’aver messo in discussione la famiglia fondata sul matrimonio va ricostruito proprio a partire dalla famiglia tradizionale. Benedetto XVI, in più occasioni, ha lanciato un allarme generale sull’«assedio» subito dalla famiglia. Il divorzio, la convivenza e le famiglie allargate rovinano la vita di molti bambini, spesso privati dell’appoggio dei genitori, vittime del malessere e dell’abbandono: si sentono orfani non perché figli senza genitori, ma perché figli che ne hanno troppi. La Chiesa non può restare indifferente davanti alla separazione dei coniugi e ai divorzi, davanti alla rovina delle famiglie, e dalle conseguenze create nei figli dal divorzio. Questi, per essere istruiti ed educati, hanno bisogno di riferimenti estremamente precisi e concreti, di genitori determinati e certi che in modo diverso concorrano alla loro educazione. Ora, è proprio questo principio che la pratica del divorzio sta minando e compromettendo con la cosiddetta famiglia allargata e mobile, che moltiplica i padri e le madri. Questa situazione, come l’inevitabile interferenza e intreccio di relazioni, non può non generare conflitti e confusioni interne, contribuendo a crescere e imprimere nei figli una tipologia alterata di famiglia, assimilabile in qualche modo proprio alla convivenza, a causa della sua precarietà. Cfr. Benedetto xvi, Discorso ai vescovi della Conferenza episcopale del Brasile in visita ad limina apostolorum (25-9-2009).

[6] Sui diritti dell’infanzia, cfr. il forum di E. Scognamiglio, I diritti dell’infanzia, in «Asprenas» 57 (2/2010), pp. 109-116. Di rilievo l’articolo di V. Buonomo, A vent’anni dalla Convenzione sui diritti del fanciullo. Tra interpretazione e sviluppo progressivo, in «Asprenas» 57 (2/2010), pp. 49-70.

[7] Cfr. Benedetto xvi, Omelia (9-1-2011).

[8] Benedetto xvi, Messaggio in occasione del VIº incontro mondiale delle famiglie a Città del Messico (17-1-2009), nn. 5-6.

[9] C. Ruini, Chiesa contestata, 10 tesi a sostegno del cattolicesimo, Piemme Editore, Casale Monferrato 2007, pp. 75 e ss.

[10] Cfr. J. Morineau, Lo Spirito della Mediazione (trad. it. di L’esprit de la mediation, Edition Erès,1998), 2a. Ed., Milano 2003.

[11] Cfr. S. Patti e M. G. Cubeddu, Introduzione al diritto di famiglia in Europa, Milano 2008, pp. 3-10; T. Auletta, Il diritto di famiglia, Torino 2008, pp.1-11; C. Cardia, Le sfide della laicità. Etica, multiculturalismo, Islam, Milano 2007, pp. 127-132; A. Fucillo, Unioni di fatto, pluralismo religioso e reazione giuridica, in A. Fucillo (a cura di), Unioni di fatto, convivenze e fattore religioso, Torino 20017, pp. 1-19; G. C. Blangiardo, La famiglia italiana nel grande spazio europeo: tra enfasi dell’innovazione e valore della tradizione, in P. Donati (a cura di), Identità e varietà dell’essere famiglia: il fenomeno della pluralizzazione. VII Rapporto CISF sulla Famiglia in Italia, Cinisello Balsamo 2001, cap.2.

[12] Cfr. C. M. Martini, Famiglia e politica, in «Aggiornamenti sociali» 3 (2001), pp. 250-263.

[13] Cfr. L. Blindi, Sbrogliare la matassa. Tempi,spazi, modi della mediazione, in «Quaderni di Mediazione» 2 (2005), pp. 6-15.

[14] Cfr. M. Riondino, Famiglia e Minori, Temi giuridici e canonici, Lateran University Press, Città del Vaticano 2001, p. 71.

[15] Cfr. M. Riondino, Famiglia e Minori, ibidem, p. 79.

[16] Cfr. M. Roberts, Mediation in family disputes, London 1997, pp. 16 e ss.

[17] Cicerone, De Officiis, I, pp. 17-54. Cfr. M. Riondino, Famiglia e Minori, op. cit., p. 58.

[18] Per approfondire: F. M. Agnoli, Attacco alla famiglia, Pacs, unioni omosessuali, Dico, Fede & Cultura Edizioni, Verona 2007, pp. 15 e ss.

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